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Il Territorio

 

Castello Estense di Mesola
Il Castello Estense della Mesola, identificabile come esempio di architettura fortificata, fu edificato all’interno di una vasta riserva naturale e adibito a residenza estiva e di caccia. La sua realizzazione è ancora oggi di incerta attribuzione: fonti recenti sembrano identificare nell’architetto Marcantonio Pasi l’autore sia della progettazione che della costruzione dell’opera; certa è invece l’attribuzione allo stesso Pasi dell’edificazione della cinta muraria della tenuta (Ceccarelli, 1998).

 

L’edificio, a pianta quadrata, senza cortile interno, con quattro torri merlate disposte trasversalmente sugli spigoli, è costruito su tre piani e presenta il paramento murario di pietra a vista e tre ordini di finestre rettangolari. La corte esterna è coronata da bassi edifici porticati che, un tempo, ospitavano gli alloggi dei servitori, le stalle, i magazzini ed altre attività complementari alla vita del Castello. Originariamente l’intero complesso, difeso da fortificazioni, bastioni e postazioni per le artiglierie, era recintato da mura lunghe nove miglia, che arrivavano fino al mare e comprendevano al loro interno parte dei boschi e degli acquitrini circostanti. Poiché il Castello appare di dimensioni eccessive per una delizia, ancora oggi la sua funzione costituisce un irrisolto quesito: delizia o necessità strategico-militare?

 

Abazia di Pomposa
Si hanno notizie di un'abbazia benedettina a partire dal IX secolo ma probabilmente l'insediamento era anteriore di due o tre secoli. L'abbazia che noi oggi ammiriamo venne consacrata nel 1026 (quindi edificata prima) dall'abate Guido. Alla basilica il magister Mazulo aggiunse un nartece con tre grandi arcate.

Fino al XIV secolo, l'abbazia godette di proprietà sparse in tutta Italia grazie alle donazioni, poi ebbe un lento declino dovuto a fattori geografici e ambientali quali la malaria e l'impaludamento della zona.

Ebbe una grande importanza per la conservazione e la diffusione della cultura durante il Medioevo grazie ai monaci amanuensi i che vi risiedevano. In quest'abbazia, il monaco Guido d'Arezzo inventò le note musicali moderne. Dalla fine dell'Ottocento appartiene allo Stato Italiano.

Torre dell'Abate

Edificata negli anni 1568-69 ad opera dell’ingegner Isippo Pontoni, Torre dell’Abate è un manufatto idraulico risalente alla Grande Bonifica Estense intrapresa dal duca Alfonso II nel XVI secolo. Successivamente fu inglobata come torre, facente capo a sud-est, alla cinta muraria della tenuta estense della Mesola e, verso il 1650, venne ricostruita dal piano terra. Notevole esempio di architettura idraulica fortificata, fra i pochi che ancora oggi si conservano sul territorio, la Torre era collocata sul Po Morto dell'Abate e serviva sia per scolare a mare le acque provenienti dalle Terre Basse, che giungevano all’Abate tramite i canali di scolo Seminiato e Bentivoglio, sia per la difesa militare del luogo.

Già all’inizio del ’600 perdette il ruolo di chiusa, a causa dell’abbassamento del terreno e degli interramenti conseguenti al Taglio di Porto Viro, venendo così utilizzata come ponte e torre di guardia, d’apprima al Porto Dell'Abate e poi ai terreni circostanti. La tradizione vuole che la Torre, della quale compaiono descrizioni in numerose storie del territorio ferrarese, sia stata abitata da Garibaldi nel 1849; divenne poi sede di una scuola elementare e viene ora adibita ad uso pubblico. La chiavica, dotata in origine di"Porte Vinciane", presenta una struttura rettangolare con un corpo centrale più alto, coperto a padiglione, e due corpi laterali più bassi con tetto a tre falde. La Torre dell’Abate è dotata di cinque conche, di cui quella centrale più grande, poggianti su piloni cuneiformi e sormontate da volte a botte, sotto le quali un tempo scorrevano le acque di scolo di parte delle Terre Basse. La struttura è in laterizio con i mattoni in faccia a vista; i prospetti minori, rientranti nella parte centrale, presentano gli ingressi all’androne passante sormontati da archi a tutto sesto e sono adornati da una semplice cornice in cotto, come il corpo centrale. Sugli spigoli della copertura della parte centrale e laterale dell’edificio, restaurato nel 1968, sono presenti otto piccoli torrioni terminali.

 

Boscone della Mesola

Il Bosco della Mesola, localmente detto il Boscone, è insediato su cordoni dunosi litoranei emersi dal mare, a partire dal XII secolo, in seguito all’avanzamento della linea costiera e rappresenta il lembo residuo di un esteso complesso di foreste termofile litoranee che, nel medioevo, dominava tutta l’area costiera padana. Riserva Naturale dello Stato dal 1977, il Boscone si estende su una superficie di 1.058 ettari e include un’area, di 220 ettari, denominata Bassa dei Frassini e Balanzetta che, per le peculiarità naturalistiche, dal 1972 è Riserva Naturale Integrale con accesso consentito solo per motivi di studio.

Le aree più orientali e recenti si presentano con paleodune di maggior rilievo; la distanza dalla falda acquifera determina l’insediamento di una vegetazione xerofila dominata dal leccio (Quercus ilex), con specie compagne come la fillirea o olivastro (Phillyrea angustifolia) e l’asparago selvatico (Asparagus acutifolius). Le aree più occidentali ed antiche del Bosco si presentano, invece, più livellate e con falda acquifera talora affiorante, condizioni che consentono l’insediamento di un bosco igrofilo a frassino meridionale (Fraxinus oxycarpa), con specie compagne come il pioppo bianco (Populus alba), l’olmo minore (Ulmus minor) e la frangola (Frangula almus). Infine, nelle aree con altimetria intermedia si instaura una vegetazione mesofila con popolamenti a farnia (Quercus robur), carpino bianco (Carpinus betulus) e orniello (Fraxinus ornus). Nella zona al confine con il mare vi sono impianti artificiali di pino domestico (Pinus pinea) e pino marittimo (Pinus pinaster), risalenti agli anni ’40 e ’60. Il sottobosco è generalmente assente (vedi Bosco di Santa Giustina, fotografia ambiente mesofilo) a causa della forte pressione di pascolo dei daini e, per questo, l’unica pianta diffusa nello strato erbaceo è il vincetossico (Vincetoxicum hirundinaria), una specie tossica e quindi poco appetibile. In alcuni punti, comunque, è possibile incontrare esemplari di specie tipiche del sottobosco mediterraneo, quali il ligustro (Ligustrum vulgare), il biancospino (Crategus monogyna), il prugnolo (Prunus spinosa), il pungitopo (Ruscus aculeatus) e, nei luoghi dove la falda è particolarmente emergente, la rara felce palustre (Thelypteris palustris).

Per quanto riguarda gli elementi faunistici, il Boscone è caratterizzato dalla significativa presenza di due ungulati: il cervo della Mesola (Cervus elaphus) e il daino (Cervus dama). Altri mammiferi sono rappresentati dal tasso (Meles meles), dalla rara puzzola (Mustela putorius), da insettivori come il riccio (Erinaceus europaeus) e roditori come l’arvicola (Arvicola terrestris). L’avifauna è abbondante, costituita da numerosi passeriformi di ambiente boschivo come il merlo (Turdus merula), la capinera (Sylvia atricapilla) e la cinciallegra (Parus major), specie presenti tutto l’anno, e da ospiti tipici come l’allocco (Strix aluco), un rapace notturno qui insediatosi con alta densità; nei mesi autunnali e invernali il Bosco è frequentato da un elevato numero di colombacci (Columba palumbus), richiamati delle numerose ghiande di cui si nutrono. Fra i rettili si segnalano la vipera comune (Vipera aspis), il biacco (Coluber virdiflavus), la testuggine di Hermann (Testudo hermanni) e la testuggine palustre (Emys orbicularis). Numerosi sono anche gli anfibi, fra cui spicca il recente ritrovamento del pelobate fosco (Pelobates fuscus insubricus), un anuro per il quale il Boscone è attualmente l’unico sito di presenza a sud del fiume Po.